Le lacrime che non mi merito

Le lacrime che non mi merito

Dentro la povertà più grande: viaggio a Huancayo dove regnano situazioni di violenza e abuso nei confronti di minori. Scopri così che i problemi della nostra vita sono a volte nulla, sono polvere, sono aria senza peso e senza sostanza.

di Ariele Pitruzzella

Trecento sono i chilometri che separano la capitale Lima dalla città di Huancayo. Più di tremila sono invece i metri che separano questa città dal livello del mare. In un dedalo di strade scomposte e dissestate la macchina dell’Associazione REDES avanza. Le mura appaiono dipinte di colori accesi, come quelli che puoi trovare ad una festa di quartiere del sud Italia. I nostri zaini e i nostri crani sobbalzano ad ogni buca. Siamo spenti da una costante stanchezza che ci accompagna dal giorno prima, dal caldo umido della Selva a sud di Pichinaqui.

Dentro la mia testa già dal pomeriggio si alternano pensieri ed emozioni. Siamo stati presso la sede centrale dell’associazione REDES, e lì abbiamo conosciuto alcuni dei ragazzi che da diversi anni fanno parte dell’organizzazione. Il progetto, attivo dal 1998 nella provincia di Huancayo, è rivolto alle drammatiche realtà di povertà che costellano tutte le zone periferiche, e non solo, di questa provincia. Gli obbiettivi si dividono principalmente in due grandi sottogruppi. Il primo ha il fine di costituire una rete di “banquitos” indipendenti, nei quali i bambini possono essere avviati all’idea di gestione di un’attività economica, oltre ad iniziare concretamente ad intraprendere attività commerciali, costituendo un fondo ed avendo dunque la possibilità di guadagnare.

L’associazione inoltre si occupa, tramite il progetto “Manidas Unidas”, del lento risollevamento di tutte quelle tristi, ma diffuse, situazioni di violenza ed abuso nei confronti di minori, tramite attività di ascolto, assistenza psicologica e promozione della rete civica.

L’accoglienza ricevuta da parte dei bimbi e dei ragazzini è un’esplosione d’amore. Doni, sorrisi, abbracci. Era come se noi, quattro sconosciuti provenienti da paesi e da background profondamente distanti, rappresentassimo per loro quel contatto con un’idea di vita a cui aspirano e che gli manca visibilmente. Seduti in circolo siamo stati coinvolti in giochi e danze. Canzoni e parole di benvenuto. I meno timidi ci hanno dettagliatamente descritto quali sono le loro mete, il fine per cui hanno deciso di aderire a quest’attività, fuggendo e rifuggendo alla forse più rapida e proficua attività offerta dalle strade e dalla criminalità. Ognuno di noi vive coltivando dentro di sé sogni ed obbiettivi. E dalla bassa altitudine della nostra appartenenza occidentale, da quel piedistallo culturale che ci siamo costruiti e che non perdiamo occasione di lucidare, tutti noi siamo pronti ad ascoltare i sogni di questi bimbi, pur sapendoli probabilmente molto distanti dai nostri. Ed infatti quelle dolci seppur energiche voci cominciano ad elencare cose per noi solitamente sottintese. Alcuni aspirano soltanto ad una “qualità migliore di vita”. Altri, malgrado la giovane età, pensano già ad una formazione scolastica e professionale.

Altri ancora vorrebbero soltanto aiutare la propria famiglia. Ed è così che nel mio stomaco, perché è nello stomaco che un demone nasce, comincia a farsi spazio lentamente una strana sensazione. Questa sensazione sale piano, ma si ferma, con mia netta opposizione, circa all’altezza del cuore. Ma giunti ancora più in alto, lontani dalla sede e dal centro città, questa sensazione ricomincia ad insinuarsi. In un luogo dove i raggi del buon Dio sembrano respirare a fatica. In un luogo senza strade e senza luci, entriamo in un piccola casetta. Lì il gruppo di bimbi che compone il banquito è molto più piccolo. Saranno una decina massimo. Una ragazzetta un po’ più grande sembra prenderci per mano, spiegandoci chi è e che ruolo ha. Come sua sorella prima di lei ella è la presidente di questo banquito. Dopo qualche decina di minuti si rompe la sottile linea trasparente della diffidenza. Cominciamo ad avere un contatto effettivo con i bambini.

Li facciamo giocare con le nostre costose e professionali macchine fotografiche. Io gli carezzo i capelli, quando posso. Loro sono felici, perché quando non hai nulla basta poco a renderti felice. Non esistono quei labirinti mentali, quegli enormi muri di difesa psicologica a cui siamo abituati. La felicità ha più l’odore della terra. È un qualcosa di palpabile, nella sua essenza, come nella sua assenza. Bauman ha detto che la libertà di un uomo sta in quell’equilibrio che può esserci tra il desiderio e la possibilità concreta di realizzarlo. Mi chiedo dunque come si applica questo paradigma ad una realtà come questa, dove il desiderio è direttamente proporzionale ad una fisiologia dell’ambiente, ad una storia culturale ed economica che da noi non dipende. E quando vedo che la nostra “gita dimostrativa”, la nostra visita fulminea, deve finire.

Quando mi accorgo che vorrei restare lì con loro perché nell’egoismo più sfrenato del mio intelletto mi rendo conto che sono in grado di regalargli un po’ di gioia, anche se momentanea, anche se con poco, è dunque in quel momento che ciò che s’era fermato al cuore con l’irruenza di un fiume che rompe gli argini, si scatena violento dentro la gola. Ed è lì che capisco di cosa si tratta. Vorrei solo piangere. Ma devo trattenermi, e non solo perché non voglio turbare nessuno con delle lacrime così gratuite. Ma soprattutto perché quelle lacrime mi fanno rabbia. Mi sento tristemente solo e scaraventato in una crisi identitaria. Così colta, così occidentale, in un infinito così piccolo da essere ridicolo. Mi sento impotente e frustrato, perché sono fortunato e i problemi della mia vita sono nulla, sono polvere, sono aria senza peso e senza sostanza. Cerco di dedicare quegli ultimi minuti ai bimbi. Cerco di essere ancora degno di loro e dello splendore dei loro sorrisi. Ricaccio indietro le lacrime. Deglutisco con forza, anche se so che non saprò digerirle mai. Perché sono lacrime ipocrite in fondo. Sono lacrime che non mi merito.

Ariele Pitruzzella è regista, si occupa di produzione audio-video e di cooperazione internazionale.

 

 

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  08 Giugno 2015
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