I giardini di tè del Darjeeling

I giardini di tè del Darjeeling

Reportage di Beatrice De Blasi.

 L’aria è lucida di umidità e i colori sono dolci e intensi come dopo la pioggia. A Calcutta sta sorgendo l’alba mentre io mi preparo a partire. Sono diretta in aereo a Bagdogra, verso il Nord del Bengala e la piana del Terai, dove il subcontinente indiano scivola sotto la placca euroasiatica, in una striscia di terra conficcata tra il Nepal e il Sikkim. Non faccio in tempo ad uscire dall’aeroporto che mi viene incontro Sanjav Bansal, l’imprenditore che è riuscito a trasformare Ambootia - il progetto che sto andando a visitare - in una fattoria modello di agricoltura biodinamica riconosciuta e premiata dalla FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura.

Mentre ci arrampichiamo lentamente su stradine irte e tortuose circondati da tratti di foresta subtropicale e da piantagioni di tè, l’aria si fa sempre più fresca (20 gradi in meno rispetto a Calcutta) e Sanjav Bansal inizia a raccontarmi la sua storia che è anche un po’ quella di Ambootia. “Io sono nato nel tè. Veramente. Mia madre mi ha messo al mondo nella piantagione che gestiva mio padre. Il gusto del tè mi è stato trasmesso nel modo più naturale. Il mio più grande piacere quando vengo ad Ambootia, la prima piantagione che ho preso in gestione nel 1986, è di raccogliere dei fiori di tè e mangiarli”. E continua. â€œAgli occhi dei grandi produttori di tè noi siamo degli eccentrici, non abbiamo lo stesso approccio. I grandi produttori di tè convenzionale continuano a fare del tè industriale, come durante l’epoca coloniale e come fa la maggioranza dei produttori indiani. Ma questo tipo di tè non ha più futuro nel contesto odierno. È a causa della sua storia, legata allo sfruttamento coloniale delle piantagioni e dei lavoratori coinvolti, che il tè indiano purtroppo è un tè industriale. Invece il tè Darjeeling è un tè atipico tra i tè indiani ma è il più interessante e il più prezioso dei tè”.

Il logo di Ambootia è una coccinella, per sottolineare l’importanza del biologico.

Il tè si può presentare come germogli o foglie intere, con una ricchezza di toni dal grigio pallido al verde crudo. Lavorato come tè nero, tè bianco e tè verde, il Darjeeling sorprende con un arcobaleno di colori e aromi che rivelano delle note floreali, di castagna fresca ed un incredibile sapore di mela secca. “Interessante, vero?” - domanda Sanjav Bansal-. “Una sola pianta un solo territorio possono produrre dei prodotti così differenti. È qualcosa che non si può ottenere con i tè industriali, l’agronomia è un fattore chiave nella produzione dei tè di qualità”. Tè d’ombra, tè di montagna, tè d’altura, tè delle nubi. Le note aromatiche del tè sono il frutto dell’influsso dell’ambiente sulla pianta. I tè hanno dei sentori specifici dati dal tipo di cultivar, dalle condizioni climatiche, dalla composizione chimica del terreno, dalle fasi di lavorazione.

Il direttore Bansal: “I Darjeeling appartengono alla categoria dei tea garden, i giardini del tè” - mi spiega premuroso Sanjav Bansal -. “Le loro note aromatiche mutano notevolmente a seconda della stagione di raccolta. Ne abbiamo tre, vengono chiamate Flush. Noi ora siamo nella prima, la più pregiata, quella primaverile che si svolge da marzo ad aprile. In questo periodo si produce un tè per pochi intenditori che va consumato fresco entro due mesi dalla raccolta. È il tè che viene acquistato dalla regina di Inghilterra. I tè first flush, raccolti dopo le piogge primaverili, sono stupefacenti, hanno un forte sentore vegetale, di muschio, di erba appena tagliata di erbe aromatiche. Il raccolto del second flush avviene da metà maggio a fine giugno/inizio luglio (fino all’inizio delle piogge monsoniche). Sono dei tè estivi che regalano un infuso dal colore rosso e dal sapore di moscatello con una leggera nota fruttata. L’Autumn flush, il raccolto autunnale che si effettua dopo la stagione delle piogge, è l’infuso più delicato con delle sfumature ramate, è quello che piace di più a voi Europei” - conclude Sanjav Bansal. Mi annuncia poi che per i dieci giorni della durata della mia visita avrò la fortuna di allenare le mie papille gustative. Parteciperò alle degustazioni di tè che si tengono ogni giorno all’interno dello stabilimento alle 5.00 del mattino e alle 8.00 di sera, al termine della lavorazione giornaliera per il controllo di qualità.

L’azienda copre un’area di 967 ettari di cui 354 coltivati a tè e ben 613 destinati al mantenimento della foresta e della biodiversità di flora e fauna ad un’altitudine di 1.450 metri sulle verdi colline alle pendici dell’Himalaya. Le sue origini risalgono al 1861 quando sotto l’impero Britannico fu creata una piantagione coloniale. Dopo l’Indipendenza, la gestione della piantagione subì diversi passaggi di proprietà, finché nel 1968 ci fu una terribile frana che travolse le coltivazioni e 300 abitazioni trascinandole via per mezzo chilometro. Al disastro naturale seguirono anni durissimi per la popolazione dei lavoratori a causa del quasi totale abbandono da parte della proprietà. Tutto iniziò a cambiare quando nel 1986 la piantagione fu presa in gestione da Sanjav Bansal che nel 1991 convertì la coltura al biologico, iniziando un programma di rimboschimento per bloccare gli smottamenti di terreno provocati dal disboscamento degli anni precedenti. Ad oggi sono stati reimpiantati più di 90.000 alberi e sono ritornati cervi, una famiglia di leopardi, buceri, diverse specie di uccelli che sembravano ormai scomparsi e alcune varietà di farfalle dichiarate specie protetta.

All’interno della piantagione si trova anche lo stabilimento per la lavorazione del tè, andato bruciato nell'estate scorsa e che ora sperano di ricostruire entro la primavera di quest'anno. Costruito nel 1920 è stato totalmente rinnovato nel 1992 e vi lavorano una settantina di persone. Ad Ambootia dal 1993 si segue strettamente l’agricoltura biodinamica steineriana. Il tè cresce tra alberi da frutto, bambù, erbe aromatiche e erbe medicinali insetto-repellenti, trifogli, banani e leguminose per fissare l’azoto nel terreno. Il benessere della piantagione è un obiettivo che viene perseguito attentamente, cercando di rispettarne scrupolosamente il bioritmo, le sue fasi di crescita e di riposo, sempre in armonia con le fasi lunari. “Il suolo da cui la pianta di tè trae il suo nutrimento dev’essere vibrante di vita, è importante che la pianta cresca e si sviluppi in armonia con l’ambiente che la circonda. Inoltre il benessere delle persone che vivono e lavorano nella piantagione è una preoccupazione costante. Non si può risparmiare sulla componente sociale e umana se si vuole produrre un tè eccezionale” dice Nibir Bordoloi, il responsabile marketing che mi accompagna durante la visita. Gli effetti dell’agricoltura biodinamica sulle piante sono stati percepiti immediatamente dalle raccoglitrici di tè, in effetti non c’è stato più bisogno di bendarsi le dita per la raccolta perché i rametti sono diventati molto più teneri e non ci si ferisce più.

Sono le 15.00 ed una fila di raccoglitrici sta risalendo nel giardino di tè. Le donne si sparpagliano da un settore all’altro iniziando la raccolta, ridono e scherzano tra di loro mentre le mani si muovono veloci a cogliere per ogni ramo un germoglio e le due foglioline apicali. E ce ne vogliono di foglie per fare il Darjeelig: ben 22.000 per un kg di tè. Mi aggiro tra di loro chiedendo il permesso di poterle fotografare, e non riesco a smettere di scattare attratta dai tratti somatici così diversi tra di loro. È una popolazione multietnica che parla diverse lingue locali. La popolazione Gorka, infatti, è composta da vari gruppi etnici: Tamang, Rais, Newar, Poudel, Gurung, Topden, Lepcha e Sherpa, provenienti da tutte le regioni dell’Himalaya orientale, dal Nepal in particolare. I Gorka furono portati in India per la coltivazione del tè nelle grandi piantagioni e per essere arruolati nei reparti speciali al servizio della Corona durante la seconda metà dell’800, quando gli Inglesi usavano territori e popolazioni come figurine per il “Great Game”.

Le raccoglitrici sono equipaggiate di ceste e sportine traforate che servono ad evitare qualsiasi contaminazione delle foglie di tè durante il trasporto allo stabilimento per la lavorazione. L’equipaggiamento per la raccolta viene fornito da Ambootia in base al Plantation Act, la legge che regolamenta le condizioni di lavoro nelle piantagioni oltre che il salario minimo dei lavoratori. Gli alloggi vengono messi a disposizione gratuitamente per le famiglie dei lavoratori compreso un piccolo appezzamento di terra per la coltivazione di verdura e frutta destinate al consumo casalingo e al mercato locale.

Diciassette anni fa Ambootia ha dato vita ad un programma di miglioramento delle condizioni abitative e contemporaneamente ad un programma di integrazione del reddito familiare, incoraggiando l’allevamento di bestiame, prezioso per la produzione di latte per l’autoconsumo e per la produzione di letame che Ambootia acquista dalle famiglie per fare i preparati biodinamici utilizzati come fertilizzanti. Nei giardini delle casette monofamiliari, per integrare il reddito, è stata finanziata, inoltre, la coltivazione di zenzero, curcuma e rose, utilizzati per la preparazione di tè aromatici e la coltivazione di aranci che ha portato a produrre 1.000 tonnellate di arance all’anno per l’autoconsumo mentre le eccedenze vengono acquistate da Ambootia. Nella piantagione ci sono nove piccoli villaggi per una popolazione di 5.800 abitanti: di questi ben 913 sono dipendenti a tempo indeterminato e circa 600 sono i lavoratori stagionali.

Il 70 per cento dei lavoratori sono donne. Gli inviti a prendere un tè nelle loro case si moltiplicano man mano che visito i villaggi: dovrei allungare la visita di qualche mese per poter accontentarle tutte. Sono molto orgogliose di presentarmi le loro famiglie. Durante le visite incontro tre generazioni, o meglio quattro, se contiamo i bambini e i ragazzi che sono tutti studenti, anche quelli maggiori di 14 anni. Vivono in case dignitose: di mattoni, con il pavimento di pietra, l’acqua e la toilette nel giardino, a volte la televisione ma sempre la macchina da cucire. In ogni casa, disposti in complicate costruzioni lucenti ci sono in bella mostra bicchieri, pentole, anfore di ferro, di ottone, di rame ed i grandi piatti per il thali, il largo vassoio dove si mescolano riso, dhal e verdure. Mi raccontano del miglioramento delle loro condizioni di vita. Ambootia provvede anche alle cure sanitarie, con un ambulatorio medico all’interno della piantagione mentre per l’accesso alle cure specialistiche vengono coperti i costi delle cure in città.

A casa di Alina Tapa, insegnante della scuola materna di Ambootia, incontro sua madre e sua nonna di 83 anni. La nonna si sofferma a lungo nella descrizione delle condizioni di vita durissime nella piantagione durante l’impero britannico. Si era schiave-bambine, già raccoglitrici di tè a nove-dieci anni per un piatto di riso al giorno. Alina, invece, grazie alle migliori condizioni economiche della madre, raccoglitrice di tè ad Ambootia, ha avuto la possibilità di studiare, ha deciso di non emigrare e di restare nella piantagione lavorando come insegnante.

Le donne non devono preoccuparsi dei bambini piccoli quando sono al lavoro perché per loro sono state costruite sette scuole tra asili nido, scuole materne ed elementari e gli insegnanti sono anch’essi dipendenti della piantagione. Per i più grandi c’è un sistema di trasporto con pulmini che consente agli studenti di raggiungere le scuole nella città più vicina a Kurseong. Vado a trovare Alina a scuola e, di classe in classe, decine di sguardi si sgranano su di me. È una folla di occhietti brillanti, penetranti, curiosi. Pian piano ci gustiamo il reciproco stupore, sorridendo. Per la prima volta dall’inizio della mia visita sono io a venir tempestata di domande. La scuola è spartana ma con classi luminosissime. Appesi ovunque ci sono dei disegni colorati con le lettere dell’alfabeto e cartine geografiche. Tutti i bimbi sono in divisa, le divise ed i testi scolastici sono forniti da Ambootia.

I giorni dedicati alla mia visita sono trascorsi velocemente, la macchina è già stata caricata con i miei bagagli quando Nibir mi dice che alcuni dei lavoratori dello stabilimento mi stanno aspettando perché vogliono assolutamente che prima di partire io veda un progetto a cui stanno lavorando. È un piccolo impianto di energia idroelettrica che consente di fornire gratuitamente, per alcune ore al giorno, l’elettricità alle scuole, alle case e far funzionare lo stabilimento per la lavorazione del tè. Mi raccontano entusiasti che stanno lavorando ad un progetto di grande ampliamento dell’impianto di produzione di energia idroelettrica che sarà gestito da una cooperativa formata da tutti i lavoratori di Ambootia. Il nuovo impianto garantirà altri posti di lavoro, l’erogazione costante dell’elettricità alle case, e un introito aggiuntivo per tutti i membri della cooperativa dato che Ambootia pagherà il costo dell’energia elettrica usata dallo stabilimento per la lavorazione del tè. Sono felici perché un progetto ecologicamente sostenibile migliorerà anche le loro condizioni di vita. “If there’s no happiness around, the cup will not bring cheers to anybody”- conclude Sanjav Bansal salutandomi. Se non c’è felicità intorno, la tazza di tè non apporterà felicità a nessuno. Ecco il segreto di Ambootia.

Ambootia è una piantagione creata dagli inglesi nel 1861. Una volta ritornata all’India, è diventata una compagnia privata che dal 1994 ha scelto la strada della coltivazione biologica e della certificazione fair trade. Oggi Ambootia continua la storica produzione di tè di qualità, ma ha trasformato il modello coloniale della piantagione in una realtà ecologica, socialmente responsabile e autonoma caratterizzata dal rispetto dei lavoratori - circa 900 - e dell’ambiente. Ctm altromercato importa da Ambootia il tè in foglie nelle varietà verde, nero e bianco: un té pregiato, cresciuto nella regione del Darjeeling, Bengala Occidentale. La piantagione è situata a 1.500 metri di quota sulle pendici dell’Himalaya: 1.000 ettari totali, dei quali 350 a tè e gli altri coperti di campi, boschi, prati. I profitti generati dal commercio equo (incluso il premio fair trade) sono utilizzati su decisione condivisa della direzione e di rappresentanti dei lavoratori. Le aree di impiego includono ambiente (riforestazione, piccola agricoltura familiare), comunità (scuola, sport), sostenibilità in agricoltura, salute (cure, pediatria, maternità, medicinali), strutture (per la collettività e i lavoratori). http://ambootia.com

 

Beatrice De Blasi, responsabile educazione e comunicazione Mandacarù Onlus 

     

 

 

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  26 Gennaio 2015
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