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Violenza sulle donne: andata e ritorno Italia Albania

Carmela di Pergine, trentina, uccisa dal marito che la voleva come oggetto di sua proprietà. Angela di Castenedolo, bresciana, altra vittima e preda di un marito accecato dall’odio. Marinella di Fucecchio, toscana, presa a calci e pugni e bastonata a morte. Dopo questi ultimi casi, alcune donne hanno scritto su uno striscione appeso a un muro: “Femminicidio, una strage che non conosce crisi”. Purtroppo è così. Saranno anche casi estremi, ma la violenza sulle donne si consuma fra le pareti domestiche in mille modi, a volte sottili, anche con indebite pressioni psicologiche. Si priva così la persona della libertà di poter decidere liberamente, si toglie dignità; non si permette alla donna di poter scegliere il bene per la propria vita.

In questi giorni Helga e Arlinda, due psicologhe albanesi, erano in regione, invitate dall’Associazione Operation Daiwork, per incontri nelle scuole superiori. Si è registrata una straordinaria partecipazione e una grande sensibilità. In alcuni incontri c’erano più di cinquecento studenti, che hanno sottoposto con le loro domande a un vero interrogatorio le due donne. È emerso che c’è un legame che unisce noi e loro. Sono ancora molte le donne che si rivolgono ai servizi antiviolenza: a Scutari sono state circa 400. Occorre dirlo chiaramente: la condizione della donne fra Italia e Albania è molto diversa. Nel Paese delle Aquile la società è ancora di stampo patriarcale.

Helga e Arlinda sono tra le responsabili del Centro antiviolenza di Scutari e stanno per aprire un nuovo sportello donna a Pukë, sempre nel distretto di Scutari. Per Helga il numero delle donne che subiscono violenze non è in aumento, ma sempre più vittime non accettano i continui soprusi e si rivolgono a loro. Arrivano e non vogliono più tornare a casa, spiegano le due psicologhe, e queste donne riferiscono che le istituzioni non le stanno aiutando. Purtroppo ancora molte donne albanesi pensano che sia normale ricevere uno schiaffo dal marito e subire maltrattamenti. È una questione culturale e sociale che affligge la loro comunità. Il potere dell’uomo sulla donna si esercita con la brutalità. Per le due psicologhe una delle differenze fra Italia e Albania è che i servizi lì sono pochi e loro non vogliono aspettare che “lo Stato si svegli”. Quel centro antiviolenza è nato quasi spontaneamente per affrontare un aspetto che la società albanese non ritiene ancora prioritario. E, forse, anche in Italia lo stiamo ancora sottovalutando. Dove lavorano Helga e Arlinda non si discute solo di violenza, non si dà solo sostegno legale, si parla di salute, di figli; c’è un ristorante, sale giochi per i bambini, degli asili. Anche da loro il termine femminicidio è entrato nel dizionario della gente e questo è un risveglio delle coscienze di fronte a un problema grave.

A Scutari, come a Bolzano, Trento e in moltissime città italiane, i centri antiviolenza non si fanno pubblicità: le donne arrivano con il passa parola. Queste due donne si sono incamminate su un sentiero impervio ma che percorrono con convinzione, a volte, dicono, “negli incontri pubblici ci percepiscono come persone un po’ strane”. Be’, succede anche da noi che persone coraggiose siano osteggiate.

La presenza di Helga e Arlinda è stata molto utile e ci ha fatto capire meglio la società albanese. Hanno scattato una fotografia in cui pareva di rivivere l’Italia di anni fa, quando sono cominciate le prime lotte per la parità di genere. Qualcosa sta cambiando anche da loro ed è giusto appoggiare questo sforzo. Aiutando loro aiutiamo noi a capire quanta strada c’è ancora da percorrere contro le discriminazioni, contro violenze, per salvare le Carmela, Angela e Marinella, che rischiano la vita.

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  19 Marzo 2015
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