GIACOMO ZANDONINI

GIACOMO ZANDONINI

VIDEOREPORTER

Ha vissuto a Milano, Trento, Bologna, Roma. Operatore sociale e culturale, è giornalista e videoreporter freelance dal 2004. Si occupa soprattutto di migrazioni, diritto d'asilo, politica estera e geopolitica del Sahel e del Nord Africa. Cerca di sottrarre all'oblìo e al rumore mediatico storie minori, capaci di gettare luce sul mondo che ci circonda. Indaga con determinazione su cause e motivazioni personali, dietro alle notizie. Ha studiato scienze politiche e lingue straniere.

Storia del militante di cui non avete mai sentito parlare

Prelevato in moschea durante la preghiera, scomparso, trasferito da un carcere all’altro, apparso in sedie a rotelle ad un’udienza, irraggiungibile dai famigliari. Kamel Eddine Fekkhar è il prigioniero politico di cui non avete mai sentito parlare. Unimondo l’ha raggiunto poco prima che si perdesse nelle celle della “Securitè”, una delle più temute polizie segrete del mondo. “Io sono un militante, e so che c’è un prezzo da pagare - ha detto con voce pacata - ma mi preoccupo per il popolo, sono loro a vivere sotto assedio, giorno dopo giorno”. Era la fine di maggio e Fekkhar sarebbe partito poco dopo per l’Italia, ospite d’onore al Festival Culturale Berbero di Milano. Prima di rientrare nel paese, una telefonata da casa: “c’è un mandato di comparizione della polizia, dicono di andarli a trovare appena arrivi”. Le ripetute carcerazioni, a ridosso di tutte le proteste popolari nella remota valle dello M’zab, fanno temere il peggio. Fekkhar decide comunque di partire. La polizia questa volta non lo trattiene. O almeno non ancora.

La valle incantata. I fatti avvengono in una delle regioni meno note dell’Algeria, paese inaccessibile ai media internazionali. Lo M’zab è un territorio desertico, 600 chilometri a sud di Algeri. 350mila persone vivono in oasi, in una zona vastissima. L’organizzazione sociale rispecchia quella dello spazio: cinque “ksour”, ovvero cittadelle fortificate, all’interno delle oasi, con un nucleo di antiche abitazioni fatte di terra e calce e al centro una moschea. Strutture millenarie, parenti di quelle di Timbuctù, dall’altro lato del Sahara. Dal 1982 sono patrimonio architettonico dell’Unesco. A abitarle, appunto gli At Mzab, una tribù berbera di rito islamico ibadita. Né sciiti, né sunniti, e maggioritari solo in Oman e nell’isola di Zanzibar, gli ibaditi sono descritti come i “puritani dell’Islam”. Di fatto, al di là di dottrine e interpretazioni, si tratta di comunità molto osservanti e al contempo aperte all’incontro con altre religioni. La più numerosa è quella di Ghardaia. E’ qui che vive Kamel Eddine Fekkhar, medico e attivista dalla fine degli anni ‘90.

Occupazione e paramilitari. “Sono un militante socialista, nel 2004 sono entrato nel direttivo della Lega Algerina per i Diritti Umani e da allora ho passato diversi periodi in carcere per aver denunciato l’occupazione militare che viviamo nello Mzab”. La prima detenzione risale al 2004. A Ghardaia ci sono le ennesime violenze. Apparentemente si tratta di scontri comunitari fra gli At Mzab, o mozabiti, e la minoranza degli Shanba, una tribù berbera arabizzata, di tradizione nomade. Molti li riducono alla matrice religiosa, sunniti contro ibaditi, o a quella etnica, arabi contro berberi mozabiti, e così sono riportati dai media, algerini e internazionali. Fekkhar, e altri attivisti berberi, raccontano un’altra storia: “dall’indipendenza, nel 1962, Algeri ha cercato di arabizzare le comunità berbere, fra cui i mozabiti, e per farlo ha attuato politiche demografiche, trasferendo cittadini arabi nella valle dello Mzab, intaccando il sistema tradizionale di utilizzo e proprietà dei terreni, e utilizzando i media per diffondere una visione negativa della nostra comunità”. Uomini degli Chanba sarebbero stati allora usati “come forze paramilitari al soldo dello Stato, indottrinandoli con l’idea che siamo dei senza Dio”.

Dividere i Berberi per prendersi le risorse. Potrebbe far sorridere che il governo algerino si occupi tanto di una piccola comunità, arrivando a mandare più di 10mila soldati in un’area semidesertica e addestrando gruppi paramilitari. Ma nello Mzab ci sono almeno due cose: il petrolio e terre molto fertili. E forse una terza: i traffici illegali che transitano dal Sahara. “Conosce Mokhtar Belmokhtar, il leader di Al Qaeda nel Maghreb Islamico? E’ originario di Ghardaia, e secondo molti dietro di lui c’è l’apparato algerino, che ha sempre usato il terrorismo per scopi di potere”. Destabilizzare l’area, secondo Fekkhar, conviene anche per non far unire i berberi dell’Algeria con i “cugini” tuareg che reclamano un’autonomia per l’Azawad, nel nord del Mali. “Come i curdi, divisi fra più stati, vengono assimilati e allontanati fra loro, così succede con noi berberi: gli Stati temono una nostra unione, anche perché abitiamo terre ricche di risorse”.

I fatti di luglio 2105. L’ultimo capitolo, il più sanguinoso, di cinquant’anni di repressione, si è aperto all’inizio del luglio 2105. Nel giro di pochi giorni gli scontri degenerano in tutto lo Mzab, lasciando 25 morti e centinaia di feriti. Negozi, beni pubblici e patrimoni storici distrutti. Algeri manda nella regione 4mila uomini in più mentre accorre il ministro degli Interni. Tutti parlano, come sempre, di violenze intercomunitarie. Fekkhar denuncia invece, in un comunicato, la complicità delle autorità, che “sono state a guardare mentre bande organizzate uccidevano e saccheggiavano”. La cosa non piace e, all’indomani delle violenze, la Securité fa irruzione in una moschea ibadita. I proiettili solcano l’aria silenziosa della preghiera. Pare non ci siano feriti, però sono tutti arrestati, con accuse che vanno dall’associazione terroristica all’oltraggio allo Stato, passando per l’assassinio, il danneggiamento e il furto. Sono 23 persone e le accuse più pesanti sono per Fekkhar.

Una voce nel deserto. Una settimana prima Fekkhar aveva mandato un appello all’Onu, l’ultimo di diverse richieste, in cui denunciava gli arresti arbitrari di attivisti mozabiti, il regolare ricorso alla tortura, i processi approssimativi. Un trattamento che lui stesso avrebbe subito, pochi giorni dopo. In carcere avvia uno sciopero della fame, che interrompe dopo ventidue giorni per le condizioni di salute precarie, complicate dall’epatite B e dall’assenza di cure mediche. Attivisti e avvocati lanciano una mobilitazione, con nuovi appelli alle Nazioni Unite, all’Unione Europea, a organizzazioni di tutela dei diritti umani. Il Cogresso Mondiale Amazigh, che raggruppa molte organizzazioni amazigh, ovvero berbere, si affianca al Movimento per l’Autodeterminazione della Cabilia, la più grande regione berbera dell’Algeria, per chiedere la liberazione immediata dei prigionieri. Fekkhar era già stato ritenuto prigioniero di coscienza da Amnesty International durante precedenti carcerazioni. Nasce una piccola mobilitazione online e la diaspora berbera che, aveva raccontato Fekkhar a Unimondo, “sta vivendo un vero risveglio a livello planetario”, diffonde la notizia. Ma il silenzio prevale. “Nello Mzab abbiamo ospitato gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, conserviamo una lingua antichissima e gli ksour hanno ispirato i più grandi architetti del mondo… è interesse di tutti fermare questo genocidio”. Fekkhar però continua stranamente a essere il militante di cui nessuno ha mai sentito parlare. 

Fonte: Unimondo

  28 Agosto 2015
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